C’è una storia che ogni texano conosce. Molto prima di sapere come funziona la politica, molto prima di entrare nelle discussioni, molto prima di sapere come cavillare sui dettagli, a scuola abbiamo imparato una cosa che ci ha plasmato nel profondo. Ad Alamo, arrivò il momento in cui non c’erano più lettere da inviare, non c’erano più rinforzi da attendere, non c’erano più negoziati da tentare. Il nemico era alle porte. Esigeva la nostra resa. E tutti sapevano che cosa significasse arrendersi. [La vicenda di cui parla monsignor Strickland è quella del colonnello William Barret Travis e della sua leggendaria difesa di Alamo nel marzo del 1836, con meno di duecento soldati a fronte della soverchiante forza militare messicana, N.d.T.].
Poi il comandante, William Barret Travis, radunò i suoi uomini, non per ispirarli, non per motivarli, ma per dire loro la verità. Tracciò una linea nella sabbia. Da un lato di quella linea c’era la salvezza, almeno per il momento. Dall’altro lato c’era la morte quasi certa. E il comandante disse: “Scegliete”. Solo un uomo fece un passo indietro. Tutti gli altri fecero un passo avanti.
La linea non fu tracciata per dare inizio a una ribellione. Fu tracciata per porre fine alle illusioni. Oltrepassare quel limite non garantiva la vittoria, ma solo la fedeltà. E, che ci piaccia o no, questa è esattamente la posizione in cui ci troviamo oggi nella Chiesa.
La Chiesa è in stato di emergenza. Non un’emergenza inventata dai commentatori, non uno stato d’animo prodotto dai social media, non una forma di isteria. È una vera emergenza, misurata non dai sentimenti ma dai fatti. Un’emergenza misurata dal silenzio dove dovrebbero esserci risposte. Dalla tolleranza dove dovrebbe esserci correzione. Da pastori che si rifiutano di denunciare i lupi mentre coloro che vogliono semplicemente badare al gregge vengono trattati come problemi.
Voglio essere molto chiaro: la questione non riguarda singoli individui. E non stiamo parlando di preferenze, né di semplice attaccamento al passato. Si tratta di sopravvivenza. La sopravvivenza non di un’istituzione, ma del sacerdozio stesso, dei sacramenti e della fede cattolica così come è stata ricevuta, trasmessa e preservata per secoli.
Quando chi contraddice apertamente l’insegnamento cattolico è tollerato, promosso e persino lodato, mentre coloro che sostengono la Tradizione sono banditi, emarginati o ignorati, qualcosa non va. Quando la confusione è benvenuta e la lealtà deve implorare il diritto di esistere, l’autorità ha cessato di fare ciò che è la sua ragion d’essere. E arriva un momento in cui il silenzio stesso diventa una risposta.
Quando una crisi è innegabile, quando una richiesta formulata con calma e rispetto incontra solo il silenzio, ogni ritardo diventa una decisione. L’inazione diventa un giudizio. Il rifiuto di agire diventa un’abdicazione. E questa non è teoria. Questa è storia.
La Chiesa ha già conosciuto momenti simili, momenti in cui gli uomini erano costretti ad agire non perché desiderassero il confronto, ma perché l’unica alternativa era abbandonare ciò che era stato loro affidato. Ecco perché il nome di monsignor Lefebvre evoca ancora tali reazioni. Non perché i tempi fossero comodi, ma perché erano illuminanti.
Nessuno sostiene che queste decisioni siano state facili. Nessuno sostiene che siano state indolori. Ma sono state prese con la convinzione che la necessità fosse presente, e che aspettare oltre avrebbe significato lasciare che qualcosa di essenziale morisse. E oggi ci troviamo ancora una volta in un’ora di necessità.
Non sto parlando di un singolo gruppo, di una singola società, di un singolo vescovo, di una singola lettera o di una singola richiesta senza risposta. Siamo di fronte a una tendenza che tratta l’ortodossia come una minaccia, la Tradizione come sospetta e la fedeltà come rigidità, mentre l’errore è elogiato come sensibilità pastorale. Oggi ciò che la Chiesa un tempo difendeva senza bisogno di scusarsi deve essere giustificato. Preservare il sacerdozio è diventato facoltativo. La formazione dei sacerdoti è ostacolata. I mezzi ordinari che assicurano la continuità apostolica sono silenziosamente negati.
E a questo punto, la linea è già tracciata. Non dagli agitatori. Non dai ribelli. Ma dalla realtà stessa. Ad Alamo, solo un uomo si tirò indietro. Il suo nome era Moses Rose. La storia non lo disprezza. Semplicemente registra la sua scelta. Non si tratta di condannare, ma di osservare ciò che la scelta rivela.
La questione che la Chiesa si trova ad affrontare oggi non è chi è arrabbiato, chi è rumoroso o chi è popolare. La questione è chi è disposto a rimanere fedele quando la fedeltà ha un prezzo. Perché ci sono cose peggiori della sconfitta. Ci sono cose peggiori dell’essere schiacciati. Ci sono cose peggiori della morte. C’è la capitolazione.
Nostro Signore non ha tracciato la Sua linea sulla sabbia. L’ha tracciata nel sangue. È rimasto in silenzio davanti a Pilato non perché la verità non fosse chiara, ma perché la verità non negozia con la falsità. Non ha promesso sicurezza. Non ha promesso conforto. Non ha promesso successo. Ha promesso la Croce. E avvertì chiaramente i suoi seguaci di tutto ciò che la fedeltà sarebbe costata loro.
Quindi, quando oggi parliamo di tracciare confini, non stiamo inventando nulla. Ci troviamo dove i cristiani si sono sempre trovati, dove l’obbedienza a Dio e la sottomissione alla confusione divergono definitivamente.
Oggi mi chiedo chi è onesto. Non mi chiedo chi si sente al sicuro. Mi chiedo chi è leale. Perché la linea è già lì. È stata tracciata dal silenzio, dal rifiuto di agire quando era necessario agire. E l’unica domanda che rimane – l’unica domanda onesta – è: siamo pronti ad attraversarla? Non trionfalmente. Non ribellandoci. Con fedeltà. La Chiesa sopravvive grazie ai suoi santi. E i santi hanno sempre saputo cosa fare davanti alla linea tracciata.
Ora parlerò chiaramente, perché il tempo di parlare con cautela è finito.
Alcuni diranno che esprimere tali realtà è divisivo. Sbagliano. Ciò che è divisivo è tollerare l’errore mentre si punisce la fedeltà. Ciò che è divisivo è mettere a tacere coloro che credono in ciò che la Chiesa ha sempre insegnato, applaudendo coloro che la contraddicono apertamente. Ciò che è divisivo è definire la confusione “pastorale” e la chiarezza “pericolosa”. E ormai assistiamo a questa tendenza da così tanto tempo che affermare il contrario non è più onesto.
Ci sono sacerdoti e vescovi che screditano apertamente l’insegnamento cattolico sul matrimonio, la sessualità, l’unicità di Cristo e la necessità del pentimento, e non succede nulla. Anzi, vengono lodati per il loro “accompagnamento”. E ci viene detto che questa è misericordia. Ma quando i sacerdoti vogliono celebrare la Messa come si è celebrata per secoli, quando vogliono essere formati secondo lo spirito della Chiesa che ha prodotto santi, quando vogliono vescovi in grado di impedire che il sacerdozio si estingua, vengono trattati come problemi da risolvere.
Questa non è pietà. Questa è inversione. E quando questa inversione viene presentata direttamente a Roma con calma, rispetto, senza minacce, ma l’unica risposta che si riceve è il silenzio, non si tratta di un malinteso. Si tratta di un rifiuto.
Mi riferisco qui alla Fraternità San Pio X. Essa non chiede novità. Non chiede potere. Chiede vescovi, perché senza vescovi non ci sono sacerdoti, e senza sacerdoti non ci sono sacramenti, e senza sacramenti la Chiesa non sopravvive in modo significativo. Hanno chiesto. Hanno aspettato. Non hanno ricevuto alcuna risposta che tenesse conto della realtà.
Voglio essere chiaro: quando l’eresia è tollerata ma la Tradizione è soffocata, c’è qualcosa di terribilmente sbagliato. Quando coloro che rompono con la dottrina sono benvenuti e coloro che vi aderiscono sono trattati con sospetto, l’autorità ha tradito il suo stesso scopo. Questa non è la voce della ribellione. È un fatto.
C’è chi dirà: “Ma dobbiamo aspettare”.
C’è chi dirà: “Ma dobbiamo avere fede”.
C’è chi dirà: “Ma devi essere paziente”.
La pazienza è una virtù. Ma pazienza non significa guardare il sacerdozio morire mentre chi è al comando si rifiuta di agire. La fiducia è necessaria. Ma la fiducia non significa fingere che il silenzio sia saggezza quando non lo è. L’obbedienza è sacra. Ma l’obbedienza non è mai stata complice dell’erosione della Fede. Arriva un momento in cui continuare ad aspettare diventa una forma di resa. E quel momento è arrivato.
Conosco persone che inorridiranno quando sentiranno queste cose. Diranno che questo linguaggio è troppo forte. Diranno che è inquietante. Tanto meglio. Perché una Chiesa che non si lascia mai scuotere dalla verità è già addormentata.
Nostro Signore scuoteva costantemente le persone. Ribaltava le carte in tavola. Condannava l’ipocrisia. Ammoniva i pastori che pascevano loro stessi invece del loro gregge. Non parlava con dolcezza a coloro che distorcevano la verità sotto la copertura della loro autorità.
Una pace comprata col silenzio non mi interessa. Un’unità che ci chiede di mentirci a vicenda non mi interessa. Una stabilità al prezzo della resa non mi interessa.
La linea è stata tracciata. Viene tracciata ogni volta che un sacerdote fedele viene punito per aver fatto ciò che hanno fatto i santi. Viene tracciata ogni volta che l’errore viene tollerato perché correggerlo sarebbe scomodo. Viene tracciata ogni volta che Roma sceglie il silenzio quando la chiarezza è essenziale.
Questo è ciò che va detto forte e chiaro: tali confini non vengono mai tracciati da chi desidera il conflitto. Sono tracciati dalla realtà, quando l’autorità si rifiuta di agire.
Ad Alamo, gli uomini che fecero un passo avanti non pensavano di vincere. Sapevano che probabilmente avrebbero perso. Oltrepassarono la linea perché arrendersi avrebbe significato tradire la propria identità e abbandonare ciò che era stato chiesto loro di difendere. Questa è la scelta che la Chiesa si trova ora ad affrontare. Non tra vittoria e sconfitta. Ma tra lealtà e abbandono. Tra verità e declino organizzato. Tra santi e amministratori.
Non invoco la ribellione. Invoco l’onestà. Non invoco il caos. Invoco il coraggio. Non esorto nessuno ad abbandonare la Chiesa. Esorto la Chiesa a ricordare chi è.
Perché se non vogliamo difendere il sacerdozio, non difenderemo i sacramenti, e se non vogliamo difendere la fede quando ci costa, allora stiamo già indietreggiando. E anche la storia prenderà nota di questa scelta.
La Chiesa non ha bisogno di altro silenzio. Non ha bisogno di ulteriori ritardi. Non ha bisogno di altre frasi caute che non dicono nulla. Ha bisogno che gli uomini prendano posizione, parlino e, se necessario, soffrano, senza illusioni.
Perché la linea non è più teorica. Essa è qui. E ognuno di noi – vescovo, sacerdote, laico – sta già scegliendo la propria posizione.
Ora smetterò di spiegare. Perché arriva un punto in cui spiegare diventa evitare e le parole diventano un modo per ritardare l’obbedienza. La linea che ci riguarda non è nei libri di storia. Non è teorica. Non è un oggetto di dibattito in convegni o a porte chiuse. Essa è qui. E non ti chiede qual è la tua posizione, quanti follower hai o se hai formulato le tue frasi con attenzione. Ti chiede solo una cosa: starai dalla parte della verità quando ti costerà qualcosa?
Perché questo è ciò che in definitiva bisogna dire, senza abbellimenti o scuse: una Chiesa che non difende il suo sacerdozio non sopravvivrà. Una Chiesa che considera la fedeltà pericolosa e l’errore pastorale ha già iniziato a capitolare. Una Chiesa che risponde alle emergenze con il silenzio sceglie la decadenza anziché il coraggio.
Questo non è un insulto. Non è una minaccia. È una diagnosi. E lo scopo delle diagnosi è svegliare le persone e spingerle all’azione. Non esiste una zona neutrale. Non esiste un luogo dove si possa aspettare in silenzio e al sicuro, sperando che qualcun altro agisca. Il silenzio stesso è una presa di posizione. L’attesa è già una decisione.
La linea viene tracciata ogni volta che alla verità viene chiesto di aspettare. Ogni volta che si inventa una scusa per un errore. Ogni volta che il coraggio viene punito. Ogni volta che un pastore si allontana.
Il Signore non ci chiederà se siamo stati a nostro agio. Ci chiederà se siamo stati fedeli. Non ci chiederà se abbiamo mantenuto la nostra posizione. Ci chiederà se abbiamo portato la nostra croce. Non ci chiederà se siamo sopravvissuti. Ci chiederà se abbiamo amato la verità più della nostra sicurezza.
Concluderò quindi questa lettera come si deve. Non con una strategia. Non con un programma. Non con un’altra conversazione. Ma con un invito a inginocchiarsi. Se il tuo cuore è scosso quando mi ascolti, non intorpidirlo. Se sei arrabbiato, chiediti perché. Se hai paura, riconoscilo. Poi prega: non perché la Chiesa diventi più facile, ma perché torni a essere santa.
Pregate per i vescovi che parleranno anche quando parlare costerà loro tutto ciò che hanno. Pregate per i sacerdoti che rimarranno fedeli anche quando saranno abbandonati. Pregate per Roma: non perché gestisca questa crisi, ma perché reagisca.
E pregate per voi stessi. Perché la linea è già lì.
E quando il rumore cesserà e non ci sarà più nulla dietro cui nascondersi, ognuno di noi dovrà rispondere all’unica domanda che conta: tu dove ti trovavi?
Che Dio Onnipotente vi benedica e vi custodisca, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.
