14. Che cos'è il Paradiso?

Il Paradiso è il godimento eterno di Dio, nostra felicità e, in Lui, di ogni altro bene, senza alcun male.

San Pietro sul monte Tabor contemplò per alcuni momenti la gloria di Cristo tra-sfigurato e ne fu inebriato. Fuori di sé per il gaudio, domandò di restare sempre in quella beatitudine (v. Mt 17,1-8). Se bastò un raggio della gloria di Cristo per trarre Pietro e gli altri due discepoli fuori di sé per la gioia, che cosa sarà il Para-diso, dove si contempla in eterno il fulgore della gloria di Dio?

 

I. Il Paradiso è il godimento eterno di Dio, nostra felicità. - Su questa terra non è possibile la felicità o beatitudine perfetta e definitiva, che è riservata al cielo. Le creature non possono farci felici e appagare la nostra sete di beatitudine senza fine. Sono troppo piccole, troppo limitate nello spazio e nel tempo per soddisfare la nostra sete di Verità e di un Bene infinito, e con la morte dovremo lasciare ogni cosa. Solo in Paradiso potremo essere pienamente felici. Le creature sono vie, mezzi e Dio solo è la vera meta.

 

1) In Paradiso si contempla Dio. - Fin tanto che siamo sulla terra non ci è possibile vedere direttamente Dio. Con il lume della ragione vediamo le Sue opere e l'orma delle Sue perfezioni stampate in esse; con il lume della fede crediamo in Dio, ma un velo di tenebre ci separa da Lui. Invece nella vita futura vedremo Dio faccia a faccia, com'è in Sé Stesso, senza bisogno dell'orma delle creature e dell'immagine, come riflessa in uno specchio, che ce Ne dà la fede.

 

2) La visione di Dio è beatificante. - Vedendo Dio direttamente e com'è in Se Stesso, Lo si ama di amore perfetto, Lo si possiede e si è perfettamente felici. Dalla visione nasce l'amore; dall'amore il possesso e il gaudio perfetto.

 

RIFLESSIONE: Se nelle ore buie della vita penseremo alla felicità che ci attende in cielo, nulla ci sembrerà troppo gravoso o difficile.

 

ESEMPI: 

  1. Un Angelo fece sentire a san Francesco d'Assisi un tocco di viola, dalla quale sprigionò una nota tanto soave, che il Santo sarebbe morto di gioia, come confessò egli stesso, se il tocco si fosse ripetuto.
  2. Una leggenda racconta che un monaco, passeggiando nei pressi del monastero, vide un meraviglioso uccellino bianco tra i rami di una pianta. Rapito dalla bel-lezza celeste e dal canto soavissimo, seguì l'uccello che volava di ramo in ramo, da un albero a un altro, finché fu scosso dal suono delle campane del monastero, che invitavano ai vespri. Allora si affrettò al ritorno. Giunto in foresteria si stupì di trovare un fratello laico che non conosceva. Gli domandò chi fosse e dove fos-sero gli altri frati. Il portinaio lo guardò meravigliato e chiamò il vecchio priore che domandò al frate chi fosse, di dove venisse, e se fosse mai stato in quel mo-nastero. Il monaco disse il suo nome e con grande meraviglia si accorse che anche gli altri frati sopraggiunti gli erano sconosciuti ed egli sconosciuto a loro. Tuttavia ripeté che egli era il monaco Felice, uscito quel giorno stesso a prendere una boc-cata d'aria per la campagna. Alla fine fu tirato fuori un vecchio registro dov'erano elencati i nomi dei religiosi e si constatò che un monaco di nome Felice no-vant'anni prima era uscito dal monastero e non aveva più dato notizia di sé. Felice cadendo in ginocchio esclamò: «Mio Dio, Ti ringrazio; ora so che mille anni alla Tua presenza passano come un istante!» Detto questo spirò.
  3. La vista della sacrosanta umanità trasfigurata di Cristo bastò a riempire l'anima degli Apostoli di tanta felicità che li trasse fuori dei sensi e Pietro, dimentico di tutto, domandò di restare sempre in quella beatitudine (v. Mt 17,1-8).
  4. La vista di un Angelo luminoso fece cadere in deliquio di gioia il profeta Da-niele (Dn c. 10) e l'apostolo Giovanni (Ap c. 1)